Una linguaccia incontrollabile

Tracciava lentamente una linea nera con il pennello intorno all’enorme occhio che, impavido, lo fissava da più di un’ora. Era in ritardo e lo sapeva, ogni tanto guardava l’orologio con apprensione. «Non ce la farò mai», pensava mentre dava gli ultimi dettagli alla faccia di quell’enorme diavolo sorridente. Accanto al tavolo di lavoro c’era una montagna di mozziconi di sigaretta e qualche avanzo di cibo.

Una volta finito di disegnare il viso del testone, occorreva dargli almeno un paio di strati di vernice per lucidarlo, ma non si sarebbe mai asciugato in tempo per il corteo del giorno dopo. E se non luccicava come una pietra preziosa non valeva la pena portarlo fuori, davanti agli occhi del pubblico e della giuria. Era sicuro che se il risultato finale non fosse stato esattamente quello che lui aveva in mente, non era nemmeno il caso di presentarsi al concorso. E sarebbe mancato volentieri, ma non poteva. Oltre al debito per finanziare quell’enorme scultura di polistirolo e alluminio, c’era la questione dell’onore. Aveva fatto una scommessa e se perdeva, la vergogna più terribile sarebbe piombata su di lui.

Gli veniva da ridere, forse si meritava che tutto ciò accadesse, era stato stupido e arrogante. Aveva sfidato pubblicamente un famoso artista, il suo maestro, dando dichiarazioni offensive e gratuite alla stampa. Purtroppo per lui, il suo maestro non gli aveva fatto causa per diffamazione ma, al contrario, aveva accettato di buon grado la sfida, trascinandolo in una gara pubblica per dimostrare il proprio talento. Si sarebbero misurati davanti agli occhi di tutta la città nel concorso annuale di carnevale, in cui venivano premiate le migliori sculture che sfilavano nell’immenso corteo organizzato dal Comune. C’era un premio economico molto apprezzabile. Il sindaco in persona consegnava i trofei ai vincitori, che erano stati sempre artisti di consolidato prestigio o giovani promesse che si assicuravano fama e fortuna al vincere l’evento. In ogni caso il livello era altissimo.

La situazione era preoccupante perché il maestro aveva una carriera rispettabilissima alle spalle avendo vinto più di una volta il concorso. Lui invece era quasi uno sconosciuto che si era guadagnato fin dall’inizio la antipatia di buona parte dell’opinione pubblica per colpa della sua linguaccia incontrollabile, quindi se adesso non fosse riuscito a vincere il concorso la sua immagine davanti agli occhi di tutti sarebbe stata quella di un imbecille senza talento. La sua carriera come artista, almeno in quella città, si sarebbe indubbiamente rovinata.

E se avesse provato a chiedere scusa pubblicamente? Troppo tardi, mancava solo un giorno e il suo gesto, sicuramente, sarebbe stato interpretato come la manifestazione più palese della sua miseria morale. Non gli restava altra strada che cercare di vincere il concorso, ma il tempo era quasi finito e lui non aveva ancora ultimato la parte più importante: quell’enorme testa di diavolo sorridente.

A quel punto si fermò, non riusciva più a reggersi sulle gambe, aveva bisogno urgente di riposo. Si allontanò un paio di metri dalla scultura e la guardò con devozione, «è bellissima» pensava mentre il suo sguardo percorreva tutte quelle sagome che si fondevano capricciose.

Cominciò a ricordare il modo in cui aveva concepito la sua opera d’arte. L’idea gli era piaciuta dal primo momento, una danza macabra e festosa, orgiastica e irriverente, nella quale fosse Belzebù in persona a presiedere i festeggiamenti. Ma non doveva essere una scultura terrificante, doveva essere cinica e spavalda ma al tempo stesso tenera, in modo che il pubblico ritrovasse in quell’ambiguo contrasto la parte più nascosta della propria ipocrisia. Quanto gli piaceva quella scultura, avrebbe potuto guardarla per ore e ore.

Si accorse che non sarebbe mai riuscito a finirla in tempo. Era materialmente impossibile. Subito iniziò ad immaginare sé stesso mentre vendeva i pochi mobili di casa sua per pagare il debito, mentre saliva su un treno lasciando per sempre la città che amava, mentre cercava di parlare con i suoi amici artisti che non gli avrebbero mai più rivolto la parola, mentre cercava lavoro come cameriere per pagare l’affitto di un posto letto, in una città piena di gente sconosciuta e ostile, ignara del fatto che lui era un artista, un artista fallito ma pur sempre un artista.

Sarebbe diventato un paria, e questa prospettiva lo faceva impazzire. Era codardo e lo sapeva, era arrogante e lo sapeva, ma non poteva farci niente. Non era all’altezza dell’impresa che si era proposto, eppure voleva farcela a tutti costi. Dal fondo del suo cuore emerse una certezza: che sarebbe stato capace di pagare qualsiasi prezzo pur di vincere il concorso.

«Se ne può parlare!» disse una voce profonda e cavernosa che sembrava venire da tutte le parti.

Terrorizzato si rese conto che la testa di diavolo gli rivolgeva uno sguardo malizioso, da bambino cattivo che vuole spaventare a morte il fratellino neonato. Fece un passo indietro e non sopportando la paura cadde per terra, svenuto.

Si svegliò all’ospedale, davanti a lui c’era suo fratello che lo abbracciò emozionato. Aveva vinto il concorso. Il fratello gli raccontò di quanto era successo la mattina dell’evento: i suoi assistenti, arrivati per portare la scultura al corteo, lo avevano trovato svenuto nel suo studio davanti alla scultura terminata, e dopo la paura e lo sconcerto dell’inizio, avevano chiamato il pronto soccorso per farlo portare in ospedale.

Era stato il fratello a ricevere il trofeo dalle mani del sindaco e a parlare con i giornalisti. Il giorno dopo sarebbe stata pubblicata la storia del grande artista che era stato sul punto di morire pur di finire quella scultura, portento di bellezza, vincitrice del primo premio nel concorso più importante dell’anno. Bisognava festeggiare.

Lui era impallidito e tremante. Mise la mano sulla spalla del fratello e con un filo di voce l’unica cosa che riuscì a dire fu: «fratello mio, credimi, non c’è un accidente da festeggiare».