Quito

Un ristorante da sogno tra Italia, Egitto ed Ecuador

photo_QuitoVivevo in Italia già da dieci anni, non due mesi, dieci anni. Adriana era stata un'amica di gioventù, frequentavamo le stesse persone e gli stessi posti, ci vedevamo ai concerti rock o a qualche festa. Facevamo parte di una banda di ragazzi poco più e poco meno che ventenni, ognuno con i propri sogni e le proprie aspettative. Qualcuno frequentava l'università, qualcun altro lavorava, altri non facevano proprio niente, ma ci divertivamo molto insieme. Il tempo passava in fretta e dopo qualche anno la compagnia si separò in maniera indolore. Quando sono venuto in Italia era da tanto che l'avevo persa di vista, perciò quando ci siamo ritrovati grazie a Facebook per me è stata una bellissima sorpresa. Dopo pochissimo ci siamo sentiti al telefono, lei abitava a Roma, si era sposata con un ragazzo egiziano e il giorno dopo stava per tornare a vivere a Quito, dopo dodici anni in Italia. Io ero sbalordito, era da tanto che entrambi vivevamo nello stesso paese e non saremmo riusciti a vederci neanche una volta. Lei mi diceva ridendo: “magari quando tornerai anche tu, parleremo in italiano”. Io le rispondevo che non ho motivi per tornare, che ormai la mia vita è qui, piuttosto ero curioso di conoscere i suoi piani per il ritorno. Rispose che era il momento di cambiare vita, aveva dei piani ma per scaramanzia preferiva non svelarli. In ogni caso le parole partenza e ritorno per lei cominciavano ad avere poco senso, sapeva già che l'Italia le sarebbe mancata.

I bambini e la manifestazione

Quito, primi anni ottanta.

Eravamo usciti da scuola, io, mia sorella e mio fratello. C’era un sole abbagliante e nonostante il vento, si moriva dal caldo. Camminavamo vicini vicini, senza pronunciare parola in mezzo a tutta la gente che, come noi, era rimasta senza un mezzo di trasporto per tornare a casa. Gli autobus erano scomparsi, per paura di subire danni per mano dei manifestanti che avevano riempito le strade con barricate e altri ostacoli di vario tipo (ma questo me lo dissero dopo). Per fortuna conoscevamo la strada a memoria e cominciammo a percorrerla seguendo la stessa rotta dell’autobus che avremmo dovuto prendere, ovviamente con tutti i giri in più che questo comportava, una linea tutt’altro che dritta.

Eravamo passati parecchie volte accanto a gruppi di poliziotti che ogni tanto comparivano. Essi ci guardavano e a volte uno di loro si faceva avanti per chiedere se sapevamo la strada di casa, noi rispondevamo di sì con la testa senza pronunciare parola, dopodiché ci lasciavano andare e guardavano altrove senza preoccuparsi più della nostra presenza.

Quito: cronache da marciapiede

Quito è una città difficile, per tanti motivi. Perché è troppo lunga e ci metti due ore e mezzo ad attraversarla. Perché gli autobus sfrecciano strombazzando come balene di ferraglia impazzite. Perché è piena di barriere architettoniche e con un passeggino non vai da nessuna parte. D'altra parte Quito è un posto adorabile. Perché è vitale, si trasforma e dopo qualche anno non la riconosci più. Perché c'è tanto teatro e musica, anche per strada. Perché una volta superate le barriere architettoniche, scopri parchi meravigliosi e piazze stupende.

La vita nella capitale dell'Ecuador a volte può non essere facile, ma spesso offre anche profonde soddisfazioni. Così me la ricordo dai tempi in cui ci abitavo e mi guadagnavo da vivere coi trampoli, così l'ho vista ora, da ospite alla Karakola, il centro artistico autogestito dagli amici della compagnia teatrale TIT. In pieno centro storico della città, questo posto è il fiore all'occhiello della compagnia, ma è anche l'inizio di una nuova battaglia. Ora che la Karakola esiste bisogna mantenerla in vita a forza di eventi, per richiamare pubblico ma anche per farsi accettare dal vicinato.

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