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Famiglia e migrazione, il conto delle scelte

Scegliere di vivere in un posto lontano dal luogo un cui si è nati spesso comporta sacrifici insoliti. Lacerazioni impossibili da rimarginare qualunque decisione si prenda. Spesso non è facile immaginare verso quali dolori possa condurre una vita in cui gli affetti e la geografia siano incompatibili. Questione di scelta o incoscienza, in ogni caso arriva un momento in cui la vita presenta il conto a ciascuno per le strade che ha intrapreso.

A continuazione tre storie di momenti difficili.

Un ristorante da sogno tra Italia, Egitto ed Ecuador

photo_QuitoVivevo in Italia già da dieci anni, non due mesi, dieci anni. Adriana era stata un'amica di gioventù, frequentavamo le stesse persone e gli stessi posti, ci vedevamo ai concerti rock o a qualche festa. Facevamo parte di una banda di ragazzi poco più e poco meno che ventenni, ognuno con i propri sogni e le proprie aspettative. Qualcuno frequentava l'università, qualcun altro lavorava, altri non facevano proprio niente, ma ci divertivamo molto insieme. Il tempo passava in fretta e dopo qualche anno la compagnia si separò in maniera indolore. Quando sono venuto in Italia era da tanto che l'avevo persa di vista, perciò quando ci siamo ritrovati grazie a Facebook per me è stata una bellissima sorpresa. Dopo pochissimo ci siamo sentiti al telefono, lei abitava a Roma, si era sposata con un ragazzo egiziano e il giorno dopo stava per tornare a vivere a Quito, dopo dodici anni in Italia. Io ero sbalordito, era da tanto che entrambi vivevamo nello stesso paese e non saremmo riusciti a vederci neanche una volta. Lei mi diceva ridendo: “magari quando tornerai anche tu, parleremo in italiano”. Io le rispondevo che non ho motivi per tornare, che ormai la mia vita è qui, piuttosto ero curioso di conoscere i suoi piani per il ritorno. Rispose che era il momento di cambiare vita, aveva dei piani ma per scaramanzia preferiva non svelarli. In ogni caso le parole partenza e ritorno per lei cominciavano ad avere poco senso, sapeva già che l'Italia le sarebbe mancata.

Prigionieri del futuro

Quando un migrante parte alla ricerca di un sogno, tutte le sue aspettative di un futuro migliore vengono depositate in un piccolo spazio dentro il proprio cuore. In questo posto stretto ma caldo, rimangono stipati i desideri e le immagini di ciò che un giorno, si spera, avverrà. Il problema nasce quando il futuro diventa il luogo della felicità, perché in questo modo si dimentica che il viaggio è quel che conta. Mentre si cerca con follia di raggiungere l'orizzonte, gli anni passano velocemente e la vita, quella vera, viene sempre rimandata. Quel che resta da spendere nel presente non è vita ma attesa, perenne e infinita attesa che trasforma il viaggiatore in un prigioniero. 

Quando il presente diventa marginale è vissuto con disprezzo, cacciato via in attesa dell'agognato futuro, che per forza di cose si trasformerà in un nuovo e fastidioso presente appena avrà varcato la soglia di casa. È una trappola infernale. Questa uccisione del presente comporta anche un'uccisione del passato, il quale viene deprivato da ogni protagonismo in quanto figlio di un presente incapace di trasmettere alcuna essenza. La storia della vita si vanifica, la sua funzione come fonte di conoscenza attraverso la narrazione viene annullata perché essa rimane sempre uguale a se stessa.

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