Storie

Il patto non scritto

Di telefonate ce ne sono state poche, solo un paio all’inizio, quando il bisogno di parlare con una voce amica era più impellente. Tutte le altre volte il ritrovo era in chat, di solito la domenica. Mattina in Perù, pomeriggio in Italia.

Le due amiche non avevano mai smesso di frequentarsi e di raccontarsi le proprie vite. La chat dava una sensazione di vicinanza, un altrove rispetto alla distanza geografica. A poco a poco le conversazioni avevano acquisito una dimensione più familiare, informale, da racconto quotidiano.

- Beh, che mi racconti?
- Niente di nuovo, le solite cose.
- Come va con l’italiano, lo parli meglio?
- Sì, ma non parlo con nessuno.
- Come mai?

Voi: peruviani ed ecuadoriani

flags Ecuador PerúVent'anni di pace. Il 17 di febbraio è il ventesimo anniversario della firma della Dichiarazione di Itamaraty, che ha posto fine all'ultimo di una serie di conflitti armati tra Ecuador e Perù.

Ci siamo conosciuti poco tempo fa frequentando un laboratorio di teatro. Lei ha circa 20 anni, è una ragazza dall’aria timida e dall’aspetto fragile. Finora abbiamo parlato poco, anche perché durante le prove non c’è molto tempo per chiacchierare. Qualche volta, all’uscita, è capitato che con alcuni del gruppo siamo rimasti fuori a fumare una sigaretta sulle scale del teatro in cui ci vediamo una volta alla settimana. Lei e il suo amico però non rimangono quasi mai, di solito salutano e se ne vanno dicendo che altrimenti perdono l’autobus.

Via Pistoiese, gli stranieri imperscrutabili

Firenze, via Pistoiese. L'autobus si era quasi svuotato di passeggeri in poche fermate. Era uno di quei mesi in cui fa buio presto, le luci al neon dell'abitacolo lo rendevano simile alla sala d'attesa di un ospedale. Davanti c'era una signora bassa seduta con aria stanca, vicina a un adolescente con le cuffie alle orecchie che guardava fuori dalla finestra. Verso il fondo c'era un ragazzo sudamericano, appena una fila davanti a due signori di mezza età che chiacchieravano ad alta voce. Questi ultimi erano di spalle al ragazzo e di fronte a me, l'altro sudamericano, l'ultimo della fila.

I due signori parlavano del più e del meno: del calcio dei nipoti, delle medicine delle mogli, dell'autobus che salta le corse. A un certo punto quello più anziano si è girato, si è guardato dietro, poi ha guardato me e ha detto al suo amico senza preoccuparsi di essere sentito.

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