racconti

Il patto non scritto

Di telefonate ce ne sono state poche, solo un paio all’inizio, quando il bisogno di parlare con una voce amica era più impellente. Tutte le altre volte il ritrovo era in chat, di solito la domenica. Mattina in Perù, pomeriggio in Italia.

Le due amiche non avevano mai smesso di frequentarsi e di raccontarsi le proprie vite. La chat dava una sensazione di vicinanza, un altrove rispetto alla distanza geografica. A poco a poco le conversazioni avevano acquisito una dimensione più familiare, informale, da racconto quotidiano.

- Beh, che mi racconti?
- Niente di nuovo, le solite cose.
- Come va con l’italiano, lo parli meglio?
- Sì, ma non parlo con nessuno.
- Come mai?

Via Pistoiese, gli stranieri imperscrutabili

Firenze, via Pistoiese. L'autobus si era quasi svuotato di passeggeri in poche fermate. Era uno di quei mesi in cui fa buio presto, le luci al neon dell'abitacolo lo rendevano simile alla sala d'attesa di un ospedale. Davanti c'era una signora bassa seduta con aria stanca, vicina a un adolescente con le cuffie alle orecchie che guardava fuori dalla finestra. Verso il fondo c'era un ragazzo sudamericano, appena una fila davanti a due signori di mezza età che chiacchieravano ad alta voce. Questi ultimi erano di spalle al ragazzo e di fronte a me, l'altro sudamericano, l'ultimo della fila.

I due signori parlavano del più e del meno: del calcio dei nipoti, delle medicine delle mogli, dell'autobus che salta le corse. A un certo punto quello più anziano si è girato, si è guardato dietro, poi ha guardato me e ha detto al suo amico senza preoccuparsi di essere sentito.

La centralinista

centralinistaÈ una normale mattinata casalinga di lavoro d’ufficio, le ore volano a suon di mail e telefonate. Ho anche scritto alcuni testi e pagato qualche bolletta, niente male insomma. È quasi ora della pausa pranzo e penso già a quello che mi riscalderò in cucina e a quello che leggerò mentre mangio. Lo confesso, quando sono da solo mangio davanti al computer, guardando video e leggendo roba frivola d’attualità. Sono pronto a staccare quando squilla il telefono, mi pare giusto, penso. Dal display del telefono sembra un numero normale, perciò rispondo, anche se di mala voglia. Lavoro è lavoro.

Faccio un respiro per cercare di darmi un tono. Pronto. Attacca subito una voce femminile vivace e gentile. Salve, il signor Tot? Si ricorda che tempo fa ci siamo sentiti? È per l’offerta del caffè. Rimango in silenzio un secondo. Caffè? Ma cosa diamine… Fermi, ho capito. Sì, era la signorina che tempo fa aveva cercato di vendermi una macchina per il caffè. Dato che sono fondamentalmente un codardo, non sono riuscito a dirle che non mi interessava, anzi, l’ho ascoltata e invece di dire semplicemente “no, grazie” ho balbettato non so bene cosa. Penso che lei, chissà come, riuscisse a fiutare la mia esitazione, perché tatticamente ha deciso di non premere troppo, chiedendomi invece di rimandare il colloquio. Ok, ho detto, perfetto, mi chiami tra qualche settimana. Pensavo di aver risolto la questione. Anche se mi sentivo in colpa per averle fatto perdere tempo, non volevo né comprare la famosa macchinetta né dirle di no, pareva brutto, così quella volta sono riuscito a sfangarla con la vigliaccheria. Poi però le settimane sono passate, San Giovanni non vuole inganni e i nodi prima o poi vengono al pettine, così ecco di nuovo la signorina telefonista, bella pimpante dall’altra parte della linea, chiedendomi conto della mia viltà.

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