Quito: cronache da marciapiede

Quito è una città difficile, per tanti motivi. Perché è troppo lunga e ci metti due ore e mezzo ad attraversarla. Perché gli autobus sfrecciano strombazzando come balene di ferraglia impazzite. Perché è piena di barriere architettoniche e con un passeggino non vai da nessuna parte. D'altra parte Quito è un posto adorabile. Perché è vitale, si trasforma e dopo qualche anno non la riconosci più. Perché c'è tanto teatro e musica, anche per strada. Perché una volta superate le barriere architettoniche, scopri parchi meravigliosi e piazze stupende.

La vita nella capitale dell'Ecuador a volte può non essere facile, ma spesso offre anche profonde soddisfazioni. Così me la ricordo dai tempi in cui ci abitavo e mi guadagnavo da vivere coi trampoli, così l'ho vista ora, da ospite alla Karakola, il centro artistico autogestito dagli amici della compagnia teatrale TIT. In pieno centro storico della città, questo posto è il fiore all'occhiello della compagnia, ma è anche l'inizio di una nuova battaglia. Ora che la Karakola esiste bisogna mantenerla in vita a forza di eventi, per richiamare pubblico ma anche per farsi accettare dal vicinato.

Da quando, circa quindici anni fa, è iniziato il processo di recupero dei quartieri centrali, di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia. Anni fa delinquenza, prostituzione, sporcizia e altre amenità mettevano in secondo piano le bellezze architettoniche di un centro storico dichiarato patrimonio dell'umanità dall'Unesco nel 1978. I primi tentativi di recupero sono stati imbarazzanti e consistevano semplicemente in autobus che portavano via i senzatetto verso la periferia.

Dopo qualche anno e qualche cambio nell'amministrazione è partito invece un processo più strutturato con la ricollocazione degli ambulanti all'interno di edifici adatti, incentivi per l'apertura di nuove attività economiche e promozione del patrimonio. Bisogna riconoscere i passi fatti in avanti, grazie alla scomparsa dei mercati pieni di cunicoli traboccanti di merce è diminuita notevolmente la delinquenza, si può apprezzare meglio l'architettura e la vita culturale dell'intera zona si è vivacizzata.

Ma la vicenda ha ancora aspetti controversi. Le strade si sono riempite di locali e ristoranti alla moda dai prezzi spesso inavvicinabili per i comuni mortali, il prezzo delle case inizia a lievitare in fretta e molti luoghi storici sono usciti dal degrado per trasformarsi in scenografie di cartapesta abbellite espressamente per i turisti. Si può dire che ci siano due fazioni opposte: da una parte c'è chi vuole un centro storico pieno di alberghi di lusso e locali costosi, pompato a forza di marketing per attrarre turisti danarosi, dall'altra sponda si trova invece chi vorrebbe un luogo vivace dal punto di vista culturale ma rispettoso dei suoi abitanti.

Un mio amico di vecchia data fa parte di un'agenzia che organizza tour culturali e gastronomici in diversi quartieri della città storica, secondo lui bisognerebbe che il fattore umano e culturale fosse al centro della rinascita di Quito. La città, per quanto bella, difficilmente potrà concorrere con altre mete internazionali ben più famose. La particolarità della capitale dell'Ecuador sono le persone, la sua storia, la cultura andina che emerge vigorosa nonostante il peso dell'eredità europea. La bellezza di questa capitale è l'amalgama di tutte le sue anime. L'ipotesi del centro storico-vetrina non ha futuro, oppure ne avrebbe, ma qualora si avverasse trasformerebbe la città in un non luogo, come gli aeroporti.

In questo lento ma inesorabile processo, ci sono dei quartieri che resistono stoicamente e rifiutano ogni cambiamento. Il viale "24 de mayo", zona storicamente nota per essere un covo di prostituzione, ad un primo sguardo sembra cambiato, l'atmosfera è nuova, c'è un caffè letterario ma anche due auto della polizia che girano. A questo punto ci si accorge che la polizia sembra vigilare ma in realtà è testimone impotente della solita vita, ancora presente anche se meno evidente di prima. Il problema di queste zone "resistenti" è il circolo vizioso che si è venuto a creare: la gente non viene perché non succede niente e non succede niente perché la gente non viene. Non lontano da qui, nel quartiere di San Marcos, il centro autogestito la Karakola combatte le sue battaglie a colpi di concerti, mostre e spettacoli offerti a prezzi popolari.

In questo luogo complicato e adorabile, inverosimile e poetico, una sera d'agosto del 2012 sono arrivati "La princesa y el payaso".