La figura del bandito

Traduzione libera di un brano tratto dal romanzo "Polvo y ceniza", dello scrittore ecuadoriano Eliécer Cárdenas, pubblicato per la prima volta nel 1975. Il protagonista della storia è il brigante Naún Briones, una sorta di Robin Hood che ogni tanto pone i suoi interessi davanti a quelli dei contadini ma che nel complesso resta dalla parte dei deboli. Personaggio ombroso e affascinante, quando ha bisogno di divertimento cerca svago nelle feste di paese. L'unico accorgimento che adotta per non essere riconosciuto e radersi la barba incolta, tanto basta per cambiare la sua fisionomia.

La strada del migrante

Non c'è bisogno di spostarsi geograficamente, almeno non all'inizio. Un'anima migrante non ha paura del profondo, è irrequieta e benché ami il luogo in cui si trova, sogna sempre di essere altrove.

Più che la possibilità conta il desiderio di cambiare posto, di inseguire l'orizzonte, di ricominciare da capo. Se il desiderio nutre il passare del tempo e un giorno arriva l'opportunità, il brivido blocca i muscoli e la vita si ferma.

La possibilità di rendere vero un sogno spesso spaventa e molti si tirano indietro. Frantumare le aspettative schiantandole contro la realtà è un rischio troppo grosso, meglio rimanere al sicuro, con i sogni nel cassetto e i vestiti in ordine.

Il migrante invece parte (sono pazzo, sono pazzo!), spesso rimane scottato e deluso ma non tornerebbe mai indietro: perché il fallimento è una vergogna e il successo è incredibile, perché ormai è troppo tardi e la pelle del corpo cambia. In ogni caso l'orizzonte resta sempre davanti e indietro non si torna, anche se fai la strada inversa.

Molti migrano per colpa della fame e della guerra, ma altrettanti lo fanno per il brivido, per la scossa. Il migrante che potrebbe rimanere dov'è ma sceglie di andare via è il simbolo dell'umano e della scoperta; dell'incompiuto e della ricerca.

Una linguaccia incontrollabile

Tracciava lentamente una linea nera con il pennello intorno all’enorme occhio che, impavido, lo fissava da più di un’ora. Era in ritardo e lo sapeva, ogni tanto guardava l’orologio con apprensione. «Non ce la farò mai», pensava mentre dava gli ultimi dettagli alla faccia di quell’enorme diavolo sorridente. Accanto al tavolo di lavoro c’era una montagna di mozziconi di sigaretta e qualche avanzo di cibo.

Una volta finito di disegnare il viso del testone, occorreva dargli almeno un paio di strati di vernice per lucidarlo, ma non si sarebbe mai asciugato in tempo per il corteo del giorno dopo. E se non luccicava come una pietra preziosa non valeva la pena portarlo fuori, davanti agli occhi del pubblico e della giuria. Era sicuro che se il risultato finale non fosse stato esattamente quello che lui aveva in mente, non era nemmeno il caso di presentarsi al concorso. E sarebbe mancato volentieri, ma non poteva. Oltre al debito per finanziare quell’enorme scultura di polistirolo e alluminio, c’era la questione dell’onore. Aveva fatto una scommessa e se perdeva, la vergogna più terribile sarebbe piombata su di lui.

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