Fratello Bianco e sorella Augusta

Come in una coppia di comici che si rispetti, fratello e sorella assumono i caratteri dei due clown che si spalleggiano e si ostacolano. Il primo assume i tratti di un clown bianco, più attento alla forma delle cose e un po' aristocratico; cerca sempre di darsi un tono e spesso fa il maestrino. La seconda invece è un augusto, o augusta, viscerale, pasticciona e di una tenerezza che fa venire le lacrime; sempre altruista ma anche capace di furbizie sorprendenti. Entrambi non hanno peli sulla lingua e quando possono sparano a zero, distruggendo le certezze e alimentando le insicurezze dei loro poveri genitori, ridotti a comparse necessarie per la buona riuscita delle loro messe in scena.

Le loro verità sono spesso contradittorie e sorprendenti, convinti come sono di essere sempre nel giusto. Infatti, come qualche maestro ricorda, la comicità non nasce dall'intenzione di far ridere, ma dalla convinzione di essere nel giusto nel momento sbagliato. "Andate a guardare i bambini piccoli se volete capire cos'è un clown”, ripeteva sempre un mio caro maestro, ora che ne ho due pian piano riesco a trarre qualche insegnamento dalle loro semplici vicende, piene di una complessità che a prima vista sfugge. 

Ecco la terza raccolta di frasi celebri dell'ormai 7enne e dell'ormai 3enne. Stavolta sono tante, ma spero che scorrano in fretta e che aiutino anche il lettore a farsi una bella e spensierata risata.

Il 7enne a me: papà lo so che stai mangiando ma ti devo dire una cosa, quindi puoi stare zitto.

La 3enne: oggi non vado a scuola, ho la febbre. La mamma: se vuoi ti metto la gonna. La 3enne: siiiiiiiiiii!!!!!

Prigionieri del futuro

Quando un migrante parte alla ricerca di un sogno, tutte le sue aspettative di un futuro migliore vengono depositate in un piccolo spazio dentro il proprio cuore. In questo posto stretto ma caldo, rimangono stipati i desideri e le immagini di ciò che un giorno, si spera, avverrà. Il problema nasce quando il futuro diventa il luogo della felicità, perché in questo modo si dimentica che il viaggio è quel che conta. Mentre si cerca con follia di raggiungere l'orizzonte, gli anni passano velocemente e la vita, quella vera, viene sempre rimandata. Quel che resta da spendere nel presente non è vita ma attesa, perenne e infinita attesa che trasforma il viaggiatore in un prigioniero. 

Quando il presente diventa marginale è vissuto con disprezzo, cacciato via in attesa dell'agognato futuro, che per forza di cose si trasformerà in un nuovo e fastidioso presente appena avrà varcato la soglia di casa. È una trappola infernale. Questa uccisione del presente comporta anche un'uccisione del passato, il quale viene deprivato da ogni protagonismo in quanto figlio di un presente incapace di trasmettere alcuna essenza. La storia della vita si vanifica, la sua funzione come fonte di conoscenza attraverso la narrazione viene annullata perché essa rimane sempre uguale a se stessa.

Quando la malattia è legata al permesso di soggiorno

Gli anni passano e lasciano la loro impronta sulla nostra salute come i canali scavati dalle gomme di un SUV su una strada fangosa. Oggi sono pessimista e ho un buon motivo: sono tre notti che non dormo per colpa della mia sinusite stagionale. Mi sveglio a notte fonda perché non riesco a respirare. Non solo, il mio naso fa più rumore di una teiera in ebollizione.

Detta così sembrerebbe un problemino da niente. Vai dal dottore e fatti dare qualcosa, direte. Infatti sono andato allo studio della mia dottoressa e in sala d'attesa ho spiegato che sono il tipo con la sinusite e l'asma, quello che ha bisogno dello spray e le pilloline, che non c'è bisogno di chiedere un appuntamento, tanto la dottoressa sa chi sono e mi manda la ricetta direttamente nella farmacia qui vicino, dove io andrò a prendere le mie medicine al più presto. La signorina della reception, educata e gentilissima, prende nota e mi dice di passare dalla farmacia nel tardo pomeriggio. Sembra quasi fatta ma no, quel giorno non ce la faccio a passare, mi rassegno ad affrontare un'altra notte insonne e mi rincuoro pensando che l'indomani sarà tutto finito e potrò dormire in pace.

Il giorno dopo faccio tardi, solo nel pomeriggio riesco a passare e a chiedere della mia benedetta ricetta. La signora farmacista mi chiede di aspettare mentre cerca il mio nome tra la montagna di fogliettini rossi che si scorgono dentro un cassetto dietro il bancone. Dopo un minuto si gira con aria contrita: il mio nome non c'è. Com'è possibile? Cerco di spiegare tutto ancora una volta ma la signora mi ferma e mi chiede con aria un po' imbarazzata. Il suo permesso di soggiorno è a posto? Io rimango di sasso. Che razza di domanda è? Ad un tratto capisco tutto e mi viene voglia di strapparmi i capelli.

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