Un ristorante da sogno tra Italia, Egitto ed Ecuador

photo_QuitoVivevo in Italia già da dieci anni, non due mesi, dieci anni. Adriana era stata un'amica di gioventù, frequentavamo le stesse persone e gli stessi posti, ci vedevamo ai concerti rock o a qualche festa. Facevamo parte di una banda di ragazzi poco più e poco meno che ventenni, ognuno con i propri sogni e le proprie aspettative. Qualcuno frequentava l'università, qualcun altro lavorava, altri non facevano proprio niente, ma ci divertivamo molto insieme. Il tempo passava in fretta e dopo qualche anno la compagnia si separò in maniera indolore. Quando sono venuto in Italia era da tanto che l'avevo persa di vista, perciò quando ci siamo ritrovati grazie a Facebook per me è stata una bellissima sorpresa. Dopo pochissimo ci siamo sentiti al telefono, lei abitava a Roma, si era sposata con un ragazzo egiziano e il giorno dopo stava per tornare a vivere a Quito, dopo dodici anni in Italia. Io ero sbalordito, era da tanto che entrambi vivevamo nello stesso paese e non saremmo riusciti a vederci neanche una volta. Lei mi diceva ridendo: “magari quando tornerai anche tu, parleremo in italiano”. Io le rispondevo che non ho motivi per tornare, che ormai la mia vita è qui, piuttosto ero curioso di conoscere i suoi piani per il ritorno. Rispose che era il momento di cambiare vita, aveva dei piani ma per scaramanzia preferiva non svelarli. In ogni caso le parole partenza e ritorno per lei cominciavano ad avere poco senso, sapeva già che l'Italia le sarebbe mancata.

I signori del ponte


Ponte Vecchio - Telemaco Signorini- Bimbo, perché piangi? Che ti prende? Prima parlavi da solo e poi ti sei messo a piangere.
- Ho paura, nessuno mi vede.
- Che vuoi dire? Qualcuno ti ha fatto male?
- Non ancora.
- Non ti seguo Ciccio, cosa mi vuoi dire? Qui c'è un sacco di gente. Hai paura di qualcuno in particolare?
- Non mi chiamo Ciccio. E poi volevo un gelato.
- Scusami caro. È una giornataccia oggi, dico bene?
- Infatti.
- Se qualcosa è andato storto forse non è tardi per rimediare. Mi dici come ti chiami?
- No.
- E fai bene. Vorrei darti una mano se me lo permetti, ma se non mi racconti niente di quello che ti rattrista non posso fare molto. Mi piacerebbe offrirti il gelato ma ho paura che tu non lo voglia accettare da me.
- Bravo, non l'accetto.

Gli elefanti dell'Arno

Ormai sono fradicio dappertutto, così fradicio che inizio a diventare trasparente e non riesco più a restare a galla. Tra poco il mio viaggio si concluderà sul letto del fiume, sarò trascinato dalle correnti e finirò sepolto dalla spazzatura. Non ho idea di cosa ci sia sotto, l'acqua è così torbida che non si scorge granché, qualche movimento qua e là ma non saprei dire se sono oggetti o creature.

Meglio non guardare in basso, è una perdita di tempo. Preferisco concentrare le forze per mantenere lo sguardo alzato e inquadrare gli splendidi palazzi che mi abbandonano a velocità vertiginosa. Sembrano elefanti veloci e ordinati che sfilano in due file parallele e interminabili. Sono belli ed eleganti, forse un po' antichi, non saprei dire quanto, ma altezzosi. Da qua sotto sembra che il fiume per loro non esista, tanto il loro portamento li proietta in alto, verso il cielo e le stelle. Riesco addirittura a guardare dentro questi maestosi pachidermi, scorgo soffitti affrescati di paesaggi e battaglie, scale di pietra serena e mattonelle rosso fuoco. Interiora fatta di armadi e pezzi d'antiquariato, folto passato difficile da digerire.

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