Lasciamoli sparire

Conduco percorsi educativi nelle scuole da 10 anni, dalla primaria alla secondaria di secondo grado, in quasi tutta la Toscana. Con i ragazzi della secondaria mi sono trovato sempre bene, c'è l'opportunità di arricchirsi, di raccogliere domande antiche sotto una luce nuova.

Da quando però ho cominciato a condurre laboratori sulla questione dei rifugiati ho cominciato a notare qualcosa di nuovo tra gli studenti. Il tema è molto caldo, molti di loro hanno già delle opinioni formate sulla questione, nonostante la loro conoscenza del tema sia veramente limitata.

Gli slogan urlati hanno preso il sopravvento e diventano muri. Sono troppi, non fanno niente, stanno sempre davanti alla stazione, ecc. Con pazienza parliamo delle dinamiche dei media, i titoli con le loro urgenze, la lettura a F, il click baiting, i pubblici con i loro bias cognitivi. Vediamo i numeri reali e faccio sempre notare che sono di dominio pubblico ma che nessuno li consulta. Richiedenti asilo negli ultimi quattro anni? Circa 120.000 persone hanno ottenuto la protezione internazionale, sussidiaria o umanitaria. Centoventimila su sessanta milioni. Meno dello 0,2%. Parliamo anche delle leggi e dei regolamenti, Dublino, la Bossi-Fini, la difficoltà di integrarli in percorsi di studio o lavoro.

Non mi metto mai dalla parte del giusto, i ragazzi non vogliono sentirsi dire che quello che pensano sia sbagliato, vogliono uno spazio per discutere. Per uscire dalle parole tossiche mi aggrappo alla complessità come cornice narrativa, come frame direbbero certuni, non per dimostrare che qualcuno ha torto ma per aiutare tutti a falsificare le proprie ipotesi.

Alla fine cedono, la complessità e troppa e la domanda arriva da più voci in coro. E cosa si può fare? Ovviamente non lo so, ma posso raccontare una storia.

Sono arrivato dall'Ecuador nei primi anni duemila. Chiacchierare con i sudamericani che sono arrivati prima per me è molto interessante per le memorie che trasmettono. Eravamo anche noi sempre alla stazione mi dicono, erano i primi anni novanta e quasi nessuno aveva i documenti, gli affitti erano al nero e perciò bisognava uscire la mattina presto e tornare la sera tardi. L'unico posto che conoscevano tutti? La stazione, allora si incontravano lì dopo aver lavorato al nero tutta la giornata. La gente del posto non gradiva, non fanno niente, dicevano. Ma quando è finita questa cosa? Quando pian piano si sono regolarizzati, con i documenti arrivavano i lavori stabili e quindi gli affitti regolari. Avendo una casa dove tornare, nessuno va alla stazione. Fine dei sudamericani? No, Sono spariti dalla piazza perché hanno una casa, si sono integrati.

Poi sono arrivati gli albanesi, stessa storia, sono troppi, non fanno niente. Arrivati i documenti, arrivata l'integrazione. Spariti anche loro. Nessuno sta alla stazione se ha un posto dove andare.

I richiedenti asilo? Vivono in centri di accoglienza in cui vigono delle regole, non sono vere e proprie case. Non si possono portare gli amici, fare cene o feste. Dove si incontrano? Alla stazione, il posto più famoso per i nuovi arrivati.

A questo giro però c'è un altro particolare, gli africani sono neri. Si vedono anche da lontano in mezzo ai bianchi. Se ne vedi quattro insieme già ti sembrano troppi. Ma vogliamo ricordare i numeri di prima?

In realtà, lavorando in un centro di accoglienza molti di loro li conosco, quando passo dalla stazione mi sorprendo perché sono tanti. Ma non gli africani, i kosovari e la seconda generazione di albanesi. Li riconosco ai gradini della stazione. È solo che accanto a loro ci sono quattro o dieci africani che si notano di più.

Per questo dico sempre ai ragazzi africani di imparare bene e subito l'italiano, se parlano bene incutono meno timore nei nativi italici bombardati dai giornali e telegiornali. Se parlano bene riusciranno a integrarsi prima, per il bene di tutti.

E chi si integra sparisce, ed è un bene.

Alla fine arriva quasi sempre un'altra, logica, domanda. Perché nessuno dà documenti a queste persone, così vanno altrove in Europa oppure si cercano un lavoro qui? Ottima domanda, non so rispondere neanch'io. Posso solo dire che l'ho visto, chi ha i documenti per lavorare o andare altrove fa proprio quello, si trova un lavoro o se ne va altrove.

Ma già essere arrivati fino a questo punto è una grande cosa. Informarsi è un processo difficile, richiede impegno, ma con le cose che ormai sappiamo gli slogan perdono peso e arrivano le domande. Per ora meglio così.

Immagine: Telemaco Signorini "Chiacchiere a Riomaggiore" 1893 - Wikipedia