La figura del bandito

Traduzione libera di un brano tratto dal romanzo "Polvo y ceniza", dello scrittore ecuadoriano Eliécer Cárdenas, pubblicato per la prima volta nel 1975. Il protagonista della storia è il brigante Naún Briones, una sorta di Robin Hood che ogni tanto pone i suoi interessi davanti a quelli dei contadini ma che nel complesso resta dalla parte dei deboli. Personaggio ombroso e affascinante, quando ha bisogno di divertimento cerca svago nelle feste di paese. L'unico accorgimento che adotta per non essere riconosciuto e radersi la barba incolta, tanto basta per cambiare la sua fisionomia.

Il testo originale in spagnolo è disponibile qui e se volete approfondire, potete leggere anche questa recensione. L'immagine originale di questo post è opera di apdk.

Figura
Dicono che solo in pochi riuscirono a incrociare il suo sguardo più di due volte. Quasi tutte le sue vittime non riuscivano a guardarlo in faccia e chi lo faceva dimenticava all’improvviso i tratti del suo volto, tanta era la paura di ritrovarlo. Quando riuscirono ad ammazzarlo, il maggiore Deifilio ordinò che gli coprissero il volto con un pezzo di stoffa. Con il viso coperto, incapace di richiamare i ricordi, portarono il suo corpo fino a Loja e una volta lì lo seppellirono in un luogo imprecisato, senza aprirgli il ventre o segargli il cranio perché non c’era bisogno.

Io però riuscii spesso a guardare il suo volto, quello vero, rotondo, un poco pallido nonostante vivesse alle intemperie per le strade e i nascondigli della montagna. Il suo volto rotondo, un po’ scontroso per la necessità di andare in giro sempre di nascosto, tra amici e nemici, sotto la luce del sole o quella dei lampioni notturni. Il suo volto dalle linee grosse, inconfondibili, come intagliate nel legno o nella pietra. Gli occhi scintillanti arroccati tra le sopracciglia spesse: occhi che si muovevano scuri e minacciosi, oppure allegri e sinceri; spesso induriti da un modo di fissare che attraversava, indovinando, le intenzioni di chiunque li contemplasse. Non erano scuri, avevano il colore del miele di canna, un po’ giallastri e brillanti, non grandi ma profondi, un po’ come quelli dei cinesi, con le palpebre grosse e veloci. Il naso largo e dritto. Le labbra, solitamente contratte per la rabbia o la fatica, mai per lo sdegno, capaci all’improvviso di esplodere in una risata che gli scuoteva tutto il corpo; una risata che fu il suo distintivo, il suo segnale durante le rapine, le fughe, le apparizioni. Una risata non di allegria o di burla ma di semplice vitalità, o di sfida virile. I denti furono sempre bianchissimi, uniformi, forti. Essi rifulgevano ad ogni risata come una collezione di pietre focaie, di quelle che si trovano nei fiumi.

Non lo vidi quasi mai senza la sua barba spessa, setolosa, color castagno come i suoi capelli, trascurata. Diceva che gli mancava il tempo per radersi. Soltanto quando scendeva nei paesini con intenzioni goderecce e voglia di divertirsi si faceva radere senza problemi la barba corta e trascurata, distintivo di tutti i rapinatori della regione. Senza la barba e le risate nessuno era capace di riconoscerlo. Era piuttosto basso: le gambe corte, massicce, attaccate alla terra; la vita grossa e le mani pelose, piccoline. Aveva le dita strapiene di anelli, uno dei suoi pochi sfizi, ne andava matto, ne metteva due in ogni dito, li strofinava sui vestiti per tenerli sempre brillanti e appariscenti. Anelli grossi, con rilievi e incrostazioni di pietre o semplici anelli sottili di bassa lega purché fossero di suo gradimento. Lui era così: inconfondibile, diverso da qualsiasi altro brigante scontroso, violento e prepotente. Non so perché il maggiore Deifilio ordinò che gli coprissero il viso quando lo portarono, già cadavere, nella città di Loja. Forse temeva che la gente non fosse più in grado di dimenticarlo e anzi, lo trasformasse in una sorta di santo o di eroe a cui pregare e rivolgere invocazioni, ricordandone il viso rotondo, robusto, i denti bianchissimi, la barba incolta, sporca di sudore secco, di cardi e di pagliuzze. Ma la gente, dopo che fu morto e seppellito, riuscì sempre ad inventargli visi nuovi simili a quello originale, cioè amabili. E leggendari. Intagliarono la sua figura in legno, la modellarono nell’argilla, la dipinsero sulle pareti, la raffigurarono a lapis. La fecero sopravvivere, malgrado il maggiore Deifilio avesse fatto coprire il suo viso cercando di cancellarlo. Inutilmente.