I bambini e la manifestazione

Quito, primi anni ottanta.

Eravamo usciti da scuola, io, mia sorella e mio fratello. C’era un sole abbagliante e nonostante il vento, si moriva dal caldo. Camminavamo vicini vicini, senza pronunciare parola in mezzo a tutta la gente che, come noi, era rimasta senza un mezzo di trasporto per tornare a casa. Gli autobus erano scomparsi, per paura di subire danni per mano dei manifestanti che avevano riempito le strade con barricate e altri ostacoli di vario tipo (ma questo me lo dissero dopo). Per fortuna conoscevamo la strada a memoria e cominciammo a percorrerla seguendo la stessa rotta dell’autobus che avremmo dovuto prendere, ovviamente con tutti i giri in più che questo comportava, una linea tutt’altro che dritta.

Eravamo passati parecchie volte accanto a gruppi di poliziotti che ogni tanto comparivano. Essi ci guardavano e a volte uno di loro si faceva avanti per chiedere se sapevamo la strada di casa, noi rispondevamo di sì con la testa senza pronunciare parola, dopodiché ci lasciavano andare e guardavano altrove senza preoccuparsi più della nostra presenza.

Era da più di un anno che, tutti i giorni, facevamo da soli il percorso di venti minuti in autobus tra la scuola e casa nostra. Un giorno, mio padre ci aveva chiesto se eravamo in grado di andare a scuola da soli e noi, all’unanimità, avevamo risposto di sì. Da quel giorno, la routine quotidiana era sempre la stessa. Io e mio fratello, strada facendo, ci divertivamo a contare le farmacie che si vedevano dal finestrino; erano otto e le contavamo sempre, forse pensando che un giorno qualsiasi quel numero potesse variare. Scendevamo sempre nella piazza di Santo Domingo, a quel tempo non l’avevano ancora restaurata e c’era ancora una gran fontana intorno alla statua di Antonio José de Sucre. La fontana aveva in fondo delle mattonelle color verde chiaro, che spargevano per tutta la piazza un’aria da giardino. La fermata era piena di piccoli chioschi in cui signore con lunghe trecce vendevano caramelle, frutta e cianfrusaglie varie. Le urla dei ragazzi che vendevano i giornali galleggiavano nell’aria, come il fumo che usciva dalla griglia in cui una ragazzina arrostiva delle banane. Venti metri più in là, davanti alla porta della chiesa con un solo campanile, un aroma d’incenso avvolgeva le vecchiette che vendevano candeline e cartoline della Madonna di Legarda. Poco dopo la piazza c’era la scuola di mia sorella, lei ci salutava e senza guardare indietro entrava di corsa, sparendo subito in mezzo ad altre bambine che sbucavano qua e là. Noi continuavamo per altre due strade percorrendo una via che finiva in una piazzetta tonda. Un po' prima c’era la nostra scuola, si chiamava Jorge Washington. Ricordo che quando i professori ci spiegavano il motivo per cui la scuola si chiamava in quel modo, ci dicevano che era il nome del primo presidente degli Stati Uniti, ma io non capivo due cose: per quale motivo nei libri ci fosse scritto George e non Jorge come da noi; e poi, come mai avevano scelto il nome di quel signore allora sconosciuto per me, presidente di quel paese lontano in cui facevano i film che guardavo alla tv, nessuno ci aveva mai spiegato chi fosse. All’una meno un quarto finivano le lezioni e per tornare a casa invertivamo il percorso della mattina, sempre uguale: piazzetta, chiesa, piazza con la fontana. Fino a quel giorno non era mai successo niente di straordinario.

Quella mattina eravamo rimasti per un quarto d’ora fermi e imperturbabili alla fermata, aspettando che passasse il nostro autobus. Non ci eravamo accorti dell’assenza del traffico né di tutte le persone che camminavano in mezzo alla strada. Una signora che passava si fermò e ci disse che sarebbe stato meglio se avessimo cominciato a camminare, perché gli autobus non c’erano. Ci guardammo tra noi, increduli, e lei ripeté che gli autobus erano andati a casa per le manifestazioni e che sarebbe stato meglio incamminarci subito. Ci chiese anche se conoscevamo la strada, noi annuimmo con la testa e allora lei se ne andò, guardandoci attentamente per un paio di secondi prima di riprendere la sua strada. In quel momento mio fratello mi disse che era una fortuna che tutti i giorni contassimo le farmacie, altrimenti non avremmo mai imparato la strada a memoria. Non potei fare a meno di dargli ragione. Mia sorella però, ci disse che anche lei sapeva a memoria la strada, senza bisogno di contare le farmacie. Noi due ci guardammo, senza sapere cosa rispondere. Qualche giorno dopo dissi a lui che anche nostra sorella sicuramente contava le farmacie, soltanto che non lo diceva a nessuno. Anche lui aveva pensato la stessa cosa.

Decidemmo di camminare, non volevamo che papà e mamma si spaventassero non vedendoci arrivare alla solita ora, era già l’una e dieci e noi arrivavamo a casa sempre prima dell’una e un quarto. Ci mischiammo con la moltitudine di persone che camminavano rassegnate e ci parve molto bello poter camminare in mezzo alla strada, sembrava quasi che la città avesse cambiato forma, il paesaggio era molto diverso da quello che di solito si poteva scorgere dal finestrino dell’autobus pieno di gente. C’era una casa verde enorme che non avevo mai visto, nonostante avessi percorso quella strada in autobus da tanto tempo, e poi ero quasi contento, perché sembrava che ci trovassimo in mezzo a una sfilata. C’erano delle persone che guardavano noi passanti dal marciapiede o dalle finestre delle loro case e a me veniva voglia di salutare tutti con la mano. Mi tratteneva soltanto l’atmosfera, che non era festosa ma piuttosto cupa. Ogni volta che passavamo davanti a una squadra di poliziotti, la gente abbassava lo sguardo e il tono della voce. Sembrava che da un momento all’altro i gendarmi potessero caricare contro qualcuno per un nonnulla. Non capivo perché loro avessero quell’atteggiamento strano e cominciavano a farmi paura. Più di una volta ci dissero di sparire subito, che i bambini dovevano andare alle loro case, che era pericoloso rimanere per strada.

Senza gli autobus e le macchine tutte le strade erano diventate molto silenziose, si sentivano soltanto i passi delle persone e il mormorio delle chiacchiere. All’improvviso cominciammo a sentire delle urla che ci venivano incontro e che si sentivano sempre più vicine. Qualche istante dopo, arrivati in cima dopo una strada in salita, vedemmo che dall'altra parte avanzava un gruppo numeroso di persone che urlavano con i pugni in alto. Molti di loro avevano il viso coperto e portavano cartelli o bandiere. Non avevo paura di loro benché sembrassero alquanto irritati. Tra i manifestanti c’era gente di molti tipi: ragazzini, signore con le trecce e senza, uomini con casco da muratore, fricchettoni, anziani, ecc. Cominciai ad angosciarmi quando mi accorsi che i poliziotti erano dietro di noi, inalterabili, mentre la folla di dimostranti che avevamo davanti avanzava direttamente verso di loro. Non eravamo però gli unici ad essere rimasti in mezzo allo scontro imminente, c’erano anche delle signore con dei cestini in mano e un altro bambino, poco più grande di noi, con la divisa di un’altra scuola.

Continuammo a camminare come se niente fosse, facendo finta che non ci fossero né poliziotti né manifestanti, come se sperassimo che ignorando tutto e tutti non accadesse niente. Ricordo che affrettai il passo, avevo i pugni chiusi e guardavo verso l’asfalto. Credo che mio fratello e mia sorella avessero fatto altrettanto perché senza dirci niente iniziammo ad avanzare in sincronia, con la velocità di coloro che, spaventati e malgrado tutti gli sforzi per nascondere il nervosismo, innescano un circolo vizioso terrificante perché vogliono nascondere la paura, passare inavvertiti, ma il panico aumenta ed è così forte che fuoriesce in modo incontrollato, con il risultato che se uno vuole rimanere in silenzio, fa rumore, se vuole scappare rimane fermo, se vuole camminare piano, cammina in fretta. Stavamo quasi correndo, senza volerlo e senza riuscire a impedirlo. Una voce maschile ci svegliò di colpo, poi vidi un uomo che dalla folla ci chiamava. Non feci in tempo a guardare mio fratello e mia sorella, loro andavano già di corsa verso di lui.

Quando arrivammo in mezzo alla folla dei manifestanti, un coro di voci ci disse all’unisono di andarcene perché le cose stavano per mettersi male. In quell’istante tutti sentimmo dei colpi e vedemmo delle colonne di fumo che, come serpenti, partivano dai fucili dei poliziotti e venivano direttamente verso di noi. L’aria si riempì di quel fumo denso e pestilenziale, che ti brucia la pelle e ti fa venire le lacrime agli occhi. La gente iniziò a correre. Qualcuno mi prese in braccio e mi lasciò dietro l’angolo, lontano dal fumo. Appena mi misero in terra girai la testa disperato, cercando mia sorella e mio fratello. Erano accanto a me, altre persone avevano portato di peso anche loro. Ci guardammo, piangendo in silenzio tutti e tre.

A quel punto, sarebbe bastato continuare per via Guayaquil per allontanarci dal tafferuglio. C’era gente che lanciava pietre contro i gendarmi. Qualcuno aveva acceso un fuoco con una gomma da camion e alcune scatole di legno prese da non so dove. Si sentivano ancora i colpi e la gente correva avanti e indietro dinanzi a noi che, paralizzati, non avevamo né il coraggio né le forze per scappare.

Un ragazzo diede un calcio a una bomba lacrimogena, cercando di rimandarla verso i poliziotti. Indossava un paio di jeans e scarpe da ginnastica. Era magro, aveva il torso nudo e il viso coperto con una maglietta rossa. Le gambe lunghissime sembravano danzare e le dita delle sue mani vibravano, come se avessero vita propria. Passava accanto a noi quando mio fratello, supplicante, gli tirò i pantaloni: «ci accompagni a casa, per favore». Lui si girò verso di noi e ci guardò con un misto di sorpresa, tenerezza e disappunto. Si tolse la maglietta che gli copriva il viso: «ma siete da soli voi?». Mentre annuivamo con la testa le lacrime cominciarono a scorrerci di nuovo per le guance. Soltanto mia sorella riuscì a parlare e indicando con il dito verso la strada in discesa disse a bassa voce: «guardi, casa nostra è di là».

Dopo aver camminato una decina di minuti sbucammo in San Blas, l’ampia piazza che è il confine tra il centro e la parte nuova della città. A destra c’era un edificio marrone a forma di frullatore e in fondo, il piazzale con la statua di Simón Bolívar. Il ragazzo ci accompagnò senza pronunciare parola, avanzava in fretta davanti a noi e si girava soltanto per assicurarsi che ci fossimo ancora. La sua andatura aveva una cadenza musicale, guardava il pavimento con la mano sinistra infilata nella tasca posteriore dei jeans, mentre con quella destra agitava la maglietta disegnando circoli nell’aria. Un paio di volte dovette fermarsi per aspettarci, interrompendo anche la musica della sua andatura.

Appena arrivati in piazza si fermò e chiese se da lì in avanti eravamo in grado di continuare da soli. Annuimmo tutti e tre ed egli disse che doveva tornare alla manifestazione. Mentre parlava sorrideva soltanto con un lato della bocca e questa volta il suo volto esprimeva soltanto tenerezza verso di noi. Aveva i capelli ricci e un po’ lunghi, disordinati dal vento. Quando gli chiesi dove lavorava mi disse soltanto che studiava, ma che non sapeva se un giorno sarebbe riuscito a trovare un lavoro. Strinse le mani di ciascuno di noi per salutarci e ci augurò buona fortuna. Poi sparì lungo la strada.

Qualche minuto dopo incontrammo nostro padre, che era uscito di casa per cercarci dopo aver sentito al telegiornale che non c’era trasporto pubblico a causa di quella grossa manifestazione. Appena ci vide ci venne incontro e ci abbracciò, era contentissimo. Ci domandò come avevamo fatto ad arrivare da soli, se non avevamo avuto paura. Gli raccontammo dei colpi, dei poliziotti e dei manifestanti ma soprattutto gli parlammo emozionati di quel ragazzo apparso per miracolo. Quando mio padre volle sapere chi fosse, come si chiamava, ci guardammo senza dire niente, non lo sapevamo, eppure da quel giorno la sua immagine mi è rimasta impressa. Gambe lunghe e maglietta rossa. Non ho più dimenticato il volto del nostro eroe anonimo, che dopo averci salvato sparì in mezzo alla folla senza guardare indietro.