Stereotipi nascosti in bella vista

Qualche settimana fa ho saputo dell’esistenza del test di Bechdel. Niente di complicato all’apparenza, vengono sollevate tre questioni semplici e chiare ma dai risvolti inaspettati. Tutto nasce dal fumetto “Dykes to watch out for” -acronimo “DTWOF”- della statunitense Alison Bechdel, che racconta la vita quotidiana di un gruppo di lesbiche. Il test appare per la prima volta nel 1985 in una delle puntate di DTWOF intitolata “The rule”, e l’autrice attribuisce la sua creazione all’amica Liz Wallace. In questa puntata uno dei personaggi afferma che non guarderà più alcun film se non soddisfa tre condizioni:  

- Ci devono essere almeno due personaggi femminili con nome proprio. 
- Devono parlare tra loro. 
- Non devono parlare di uomini o di ciò che essi fanno.   

Mi sembrava assurdo che non fosse possibile soddisfare tre requisiti così minimi, elementari. Quasi solo per curiosità ho cominciato ad applicarlo mentalmente ad alcuni dei miei film preferiti; con un misto di smarrimento e incredulità ho constatato che molte, troppe, pellicole non passavano il test. Solo per fare degli esempi, le intere saghe di Star Wars e il Signore degli Anelli non lo superano. Cercare per credere.

Bisogna però chiarire che il fatto di non superare il test non ha niente a che fare con i pregi di un film o la qualità umana di chi l’ha creato, non c’entra niente con il suo successo commerciale o con il suo essere profondo o banale. Questo test è interessante perché porta allo scoperto una struttura mentale talmente consolidata da diventare invisibile e quindi pervasiva. Ognuno è libero di pensarla come vuole ma è un fatto: ci sono migliaia di film che fanno parte della nostra storia e della nostra cultura in cui non ci sono nemmeno due personaggi femminili dotati di un nome proprio, e se ci sono non parlano tra loro, e se parlano tra loro parlano di uomini, fratelli, mariti o padri che siano. Possibile che questo non voglia dire niente?

Ho provato anche a immaginare qualche variante per rendere applicabile questo test ad altri contesti. Se esaminiamo ad esempio un western, uno a caso, è molto probabile che non ci siano personaggi indiani con nome proprio, e se ci sono è molto probabile che non parlino tra loro, e se lo fanno parleranno dei bianchi e delle loro faccende. Non dico che non esistano film in grado di superare il test, dico semplicemente che il fatto che ci sia un numero così alto di film che non lo passano sia da interpretare come la manifestazione di un pensiero dominante. Di chi? Del gruppo vincitore. Vincitore di cosa? Vincitore della storia. I vincitori scrivono la storia delle loro vittorie e i vinti imparano la storia delle loro sconfitte. Se un vincente dimostra empatia per la situazione dei vinti viene accusato di buonismo, se uno sconfitto mette in discussione le vittorie dei vincenti diventa scomodo, viene quindi deriso o accusato di sovversione, altrimenti la vita non va avanti. Il test mette a nudo in modo plateale questa dinamica. Questione di genere, ma non solo.

Penso che il test di Bechdel possa essere un ottimo materiale di partenza per progettare percorsi didattici in classe. Queste tre semplici domande, applicate a contesti diversi, si possono trasformare in una magnifica lente per analizzare film, libri, fumetti, ecc. da un punto di vista insolito, capace di suscitare idee irriverenti e coraggiose. Potrebbe essere una buona idea la scrittura di storie o recensioni tenendo conto di queste idee. Come strumento di analisi della realtà mi sembra promettente e raffinato. Anche la ricerca dei limiti ad un’applicazione indiscriminata del test potrebbe essere stimolante. Esiste sicuramente un punto oltre il quale il test non ha più senso, oppure ci saranno senza dubbio opere che non passano il test ma che tuttavia restano immacolate da un punto di vista etico. Sarebbe interessante riflettere su questi limiti e le condizioni in cui si manifestano.

A proposito, ho applicato il test al mio spettacolo “La principessa e il pagliaccio”. Ovviamente non lo passa. Non lo fa perché c’è un solo personaggio femminile e non ha un nome. In mia difesa posso dire che il personaggio è la protagonista, che lotta per portare avanti le sue idee sulla vita e che neanche gli altri personaggi, tutti maschili, hanno un nome. Che dire, è andata così e forse le domande che mi faccio ora mi aiuteranno in futuro. Secondo me il test di Bechdel non può cambiare né migliorare il mondo, almeno in modo diretto. Credo invece  che possa destare in ognuno di noi domande nuove su chi siamo, cosa facciamo e perché. Cercare di scalfire le certezze dei vincitori e smuovere le anime degli sconfitti può sembrare un esercizio inutile e provocatorio oltre che faticoso, ma da qualche parte bisogna pur cominciare, meglio se iniziamo da noi stessi, partendo dalla critica di ciò che consideriamo normale.

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