Storie

Profughi in un altro mondo

L'Italia era in piena guerra civile. Dopo tre anni di combattimenti le milizie antisistema, con l'aiuto di alcune forze extraparlamentari di destra e sinistra, riuscirono a impadronirsi di Roma. Nel frattempo il territorio fu devastato e chi poteva fuggiva per paura dei bombardamenti e dei gruppi armati che ti fucilavano sul posto se scoprivano che non eri dalla loro parte. Anche le forze governative della quarta repubblica non scherzavano e rispondevano alla brutalità con brutalità. Entrambi gli schieramenti dichiaravano di lottare per amore, gli insorti chiamavano se stessi popolari e gli altri élite; gli altri chiamavano se stessi democratici e populisti gli avversari.

La gente disperata scappava a piedi per sfuggire ai controlli nelle stazioni e negli aeroporti, occupati dagli eserciti avversari. Dal nome e cognome era possibile risalire a tutto il materiale postato in rete da una persona sui blog, forum e social network. Erano in grado di rintracciare tutto, anche i post cancellati. Bastava un meme sbagliato per meritare una pallottola in testa davanti agli occhi atterriti di parenti e amici. I fuggitivi attraversavano i boschi per arrivare verso la costa, dato che i confini terrestri erano sorvegliatissimi. Molti morivano per strada di stenti oppure venivano uccisi dai malavitosi che dettavano legge nelle campagne. Le donne e i bambini venivano stuprati. C'erano donne che preferivano uccidersi all'istante quando incontravano gruppi mafiosi che pretendevano il pedaggio. C'erano uomini che uccidevano i figli per salvarli dai trafficanti. La popolazione era martoriata.

Il patto non scritto

amiciziaDi telefonate ce ne sono state poche, solo un paio all’inizio, quando il bisogno di parlare con una voce amica era più impellente. Tutte le altre volte il ritrovo era in chat, di solito la domenica. Mattina in Perù, pomeriggio in Italia.

Le due amiche non avevano mai smesso di frequentarsi e di raccontarsi le proprie vite. La chat dava una sensazione di vicinanza, un altrove rispetto alla distanza geografica. A poco a poco le conversazioni avevano acquisito una dimensione più familiare, informale, da racconto quotidiano.

- Beh, che mi racconti?
- Niente di nuovo, le solite cose.
- Come va con l’italiano, lo parli meglio?
- Sì, ma non parlo con nessuno.
- Come mai?

Voi: peruviani ed ecuadoriani

flags Ecuador PerúVent'anni di pace. Il 17 di febbraio è il ventesimo anniversario della firma della Dichiarazione di Itamaraty, che ha posto fine all'ultimo di una serie di conflitti armati tra Ecuador e Perù.

Ci siamo conosciuti poco tempo fa frequentando un laboratorio di teatro. Lei ha circa 20 anni, è una ragazza dall’aria timida e dall’aspetto fragile. Finora abbiamo parlato poco, anche perché durante le prove non c’è molto tempo per chiacchierare. Qualche volta, all’uscita, è capitato che con alcuni del gruppo siamo rimasti fuori a fumare una sigaretta sulle scale del teatro in cui ci vediamo una volta alla settimana. Lei e il suo amico però non rimangono quasi mai, di solito salutano e se ne vanno dicendo che altrimenti perdono l’autobus.

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