I bambini e la manifestazione

Quito, primi anni ottanta.

Eravamo usciti da scuola, io, mia sorella e mio fratello. C’era un sole abbagliante e nonostante il vento, si moriva dal caldo. Camminavamo vicini vicini, senza pronunciare parola in mezzo a tutta la gente che, come noi, era rimasta senza un mezzo di trasporto per tornare a casa. Gli autobus erano scomparsi, per paura di subire danni per mano dei manifestanti che avevano riempito le strade con barricate e altri ostacoli di vario tipo (ma questo me lo dissero dopo). Per fortuna conoscevamo la strada a memoria e cominciammo a percorrerla seguendo la stessa rotta dell’autobus che avremmo dovuto prendere, ovviamente con tutti i giri in più che questo comportava, una linea tutt’altro che dritta.

Eravamo passati parecchie volte accanto a gruppi di poliziotti che ogni tanto comparivano. Essi ci guardavano e a volte uno di loro si faceva avanti per chiedere se sapevamo la strada di casa, noi rispondevamo di sì con la testa senza pronunciare parola, dopodiché ci lasciavano andare e guardavano altrove senza preoccuparsi più della nostra presenza.

Fratello Bianco e sorella Augusta

Come in una coppia di comici che si rispetti, fratello e sorella assumono i caratteri dei due clown che si spalleggiano e si ostacolano. Il primo assume i tratti di un clown bianco, più attento alla forma delle cose e un po' aristocratico; cerca sempre di darsi un tono e spesso fa il maestrino. La seconda invece è un augusto, o augusta, viscerale, pasticciona e di una tenerezza che fa venire le lacrime; sempre altruista ma anche capace di furbizie sorprendenti. Entrambi non hanno peli sulla lingua e quando possono sparano a zero, distruggendo le certezze e alimentando le insicurezze dei loro poveri genitori, ridotti a comparse necessarie per la buona riuscita delle loro messe in scena.

Le loro verità sono spesso contradittorie e sorprendenti, convinti come sono di essere sempre nel giusto. Infatti, come qualche maestro ricorda, la comicità non nasce dall'intenzione di far ridere, ma dalla convinzione di essere nel giusto nel momento sbagliato. "Andate a guardare i bambini piccoli se volete capire cos'è un clown”, ripeteva sempre un mio caro maestro, ora che ne ho due pian piano riesco a trarre qualche insegnamento dalle loro semplici vicende, piene di una complessità che a prima vista sfugge. 

Ecco la terza raccolta di frasi celebri dell'ormai 7enne e dell'ormai 3enne. Stavolta sono tante, ma spero che scorrano in fretta e che aiutino anche il lettore a farsi una bella e spensierata risata.

Il 7enne a me: papà lo so che stai mangiando ma ti devo dire una cosa, quindi puoi stare zitto.

La 3enne: oggi non vado a scuola, ho la febbre. La mamma: se vuoi ti metto la gonna. La 3enne: siiiiiiiiiii!!!!!

Prigionieri del futuro

roadQuando un migrante parte alla ricerca di un sogno, tutte le sue aspettative di un futuro migliore vengono depositate in un piccolo spazio dentro il proprio cuore. In questo posto stretto ma caldo, rimangono stipati i desideri e le immagini di ciò che un giorno, si spera, avverrà. Il problema nasce quando il futuro diventa il luogo della felicità, perché in questo modo si dimentica che il viaggio è quel che conta. Mentre si cerca con follia di raggiungere l'orizzonte, gli anni passano velocemente e la vita, quella vera, viene sempre rimandata. Quel che resta da spendere nel presente non è vita ma attesa, perenne e infinita attesa che trasforma il viaggiatore in un prigioniero. 

Quando il presente diventa marginale è vissuto con disprezzo, cacciato via in attesa dell'agognato futuro, che per forza di cose si trasformerà in un nuovo e fastidioso presente appena avrà varcato la soglia di casa. È una trappola infernale. Questa uccisione del presente comporta anche un'uccisione del passato, il quale viene deprivato da ogni protagonismo in quanto figlio di un presente incapace di trasmettere alcuna essenza. La storia della vita si vanifica, la sua funzione come fonte di conoscenza attraverso la narrazione viene annullata perché essa rimane sempre uguale a se stessa.

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