La centralinista

centralinistaÈ una normale mattinata casalinga di lavoro d’ufficio, le ore volano a suon di mail e telefonate. Ho anche scritto alcuni testi e pagato qualche bolletta, niente male insomma. È quasi ora della pausa pranzo e penso già a quello che mi riscalderò in cucina e a quello che leggerò mentre mangio. Lo confesso, quando sono da solo mangio davanti al computer, guardando video e leggendo roba frivola d’attualità. Sono pronto a staccare quando squilla il telefono, mi pare giusto, penso. Dal display del telefono sembra un numero normale, perciò rispondo, anche se di mala voglia. Lavoro è lavoro.

Faccio un respiro per cercare di darmi un tono. Pronto. Attacca subito una voce femminile vivace e gentile. Salve, il signor Tot? Si ricorda che tempo fa ci siamo sentiti? È per l’offerta del caffè. Rimango in silenzio un secondo. Caffè? Ma cosa diamine… Fermi, ho capito. Sì, era la signorina che tempo fa aveva cercato di vendermi una macchina per il caffè. Dato che sono fondamentalmente un codardo, non sono riuscito a dirle che non mi interessava, anzi, l’ho ascoltata e invece di dire semplicemente “no, grazie” ho balbettato non so bene cosa. Penso che lei, chissà come, riuscisse a fiutare la mia esitazione, perché tatticamente ha deciso di non premere troppo, chiedendomi invece di rimandare il colloquio. Ok, ho detto, perfetto, mi chiami tra qualche settimana. Pensavo di aver risolto la questione. Anche se mi sentivo in colpa per averle fatto perdere tempo, non volevo né comprare la famosa macchinetta né dirle di no, pareva brutto, così quella volta sono riuscito a sfangarla con la vigliaccheria. Poi però le settimane sono passate, San Giovanni non vuole inganni e i nodi prima o poi vengono al pettine, così ecco di nuovo la signorina telefonista, bella pimpante dall’altra parte della linea, chiedendomi conto della mia viltà.

Un ristorante da sogno tra Italia, Egitto ed Ecuador

photo_QuitoVivevo in Italia già da dieci anni, non due mesi, dieci anni. Adriana era stata un'amica di gioventù, frequentavamo le stesse persone e gli stessi posti, ci vedevamo ai concerti rock o a qualche festa. Facevamo parte di una banda di ragazzi poco più e poco meno che ventenni, ognuno con i propri sogni e le proprie aspettative. Qualcuno frequentava l'università, qualcun altro lavorava, altri non facevano proprio niente, ma ci divertivamo molto insieme. Il tempo passava in fretta e dopo qualche anno la compagnia si separò in maniera indolore. Quando sono venuto in Italia era da tanto che l'avevo persa di vista, perciò quando ci siamo ritrovati grazie a Facebook per me è stata una bellissima sorpresa. Dopo pochissimo ci siamo sentiti al telefono, lei abitava a Roma, si era sposata con un ragazzo egiziano e il giorno dopo stava per tornare a vivere a Quito, dopo dodici anni in Italia. Io ero sbalordito, era da tanto che entrambi vivevamo nello stesso paese e non saremmo riusciti a vederci neanche una volta. Lei mi diceva ridendo: “magari quando tornerai anche tu, parleremo in italiano”. Io le rispondevo che non ho motivi per tornare, che ormai la mia vita è qui, piuttosto ero curioso di conoscere i suoi piani per il ritorno. Rispose che era il momento di cambiare vita, aveva dei piani ma per scaramanzia preferiva non svelarli. In ogni caso le parole partenza e ritorno per lei cominciavano ad avere poco senso, sapeva già che l'Italia le sarebbe mancata.

I signori del ponte


Ponte Vecchio - Telemaco Signorini- Bimbo, perché piangi? Che ti prende? Prima parlavi da solo e poi ti sei messo a piangere.
- Ho paura, nessuno mi vede.
- Che vuoi dire? Qualcuno ti ha fatto male?
- Non ancora.
- Non ti seguo Ciccio, cosa mi vuoi dire? Qui c'è un sacco di gente. Hai paura di qualcuno in particolare?
- Non mi chiamo Ciccio. E poi volevo un gelato.
- Scusami caro. È una giornataccia oggi, dico bene?
- Infatti.
- Se qualcosa è andato storto forse non è tardi per rimediare. Mi dici come ti chiami?
- No.
- E fai bene. Vorrei darti una mano se me lo permetti, ma se non mi racconti niente di quello che ti rattrista non posso fare molto. Mi piacerebbe offrirti il gelato ma ho paura che tu non lo voglia accettare da me.
- Bravo, non l'accetto.

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